LA CITTA’ SOTTERRANEA

(Immagine tratta dal sito www.hikr.org)

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C’è una città nascosta, che si scopre magari per caso o per improvvise necessità nel giorno settimanale in Svizzera ancora dedicato al riposo, quando (quasi) tutto in città è chiuso, salvo qualche sporadico bar e ristorante. Anche nelle vie dello shopping, e pur se Zurigo è pur sempre una città turistica ove tutto l’anno arrivano persone da ogni parte del mondo.

C’è una città sotterranea dove tutto è aperto, sempre, tranne che di notte. Dove puoi trovare qualsiasi cosa tu abbia hai scordato di comprare “fuori”, dai supermercati al fioraio, dalla libreria al parrucchiere, dall’abbigliamento alle calzature, dagli articoli sportivi agli accessori per il cellulare o alla duplicazione delle chiavi. Una miriade di pasticcerie e cioccolaterie, fast food di ogni tipo, caffé, fornai e ristoranti per ogni gusto.

Potresti vivere anche anni in questa città senza scoprirla mai, a meno di non dover prendere un treno che parte da un binario sotterraneo della stazione, o di avere una indifferibile necessità di comprare pane e latte in una domenica pomeriggio: allora potrai rischiare di perderti per lunghi corridoi, scale e scale mobili, illuminati a giorno e disseminati di indicazioni stradali e ferroviarie che riuscirebbero a confondere anche il viaggiatore più navigato. Se c’è una cosa che non corrisponde al rigore pragmatico e pulito della Svizzera tedesca è la mappa del centro commerciale che si trova nel sotterraneo della stazione centrale di Zurigo. Scendi e ti si apre un mondo: quello di Alice nel Paese delle Meraviglie da cui, però, rischi di non riuscire più a riemergere. Assomiglia decisamente più al Labirinto del Minotauro che ad un opera di architettura elvetica, per lo più recentemente rinnovata e tirata a lucido.

Può essere comunque un diversivo, o uno sport, da praticare in una domenica di brutto tempo e temperature proibitive: sei comunque al coperto e relativamente al caldo. Potresti trascorrere ore decidendo cosa comprare (beni di prima necessità o shopping, a tua scelta), cosa mangiare o cosa bere. Ho vagabondato un po’ per il sotterraneo qualche giorno fa, cercando un mazzo di tulipani ad un prezzo ragionevole che non ho trovato, ma ammirando sicuramente la vetrina di un fioraio svizzero doc che proponeva in offerta un mazzetto di tulipani – svizzeri doc anche loro – a soli 18 Franchi e mezzo. Vezzo troppo caro solo per rischiarare una buia giornata invernale.

Comunque sia, quanto sentirete qualcuno dire: “A Zurigo la domenica è tutto chiuso!” non credeteci.

C’è un mondo da scoprire là sotto, a portata di scala mobile.

 

 

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AUSTERITY

Immagine tratta dal sito www.metropolinotizie.it

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Di solito non faccio mai propositi per il nuovo anno, è una mia ferma convinzione che siano molto inutili. Questa volta ho fatto una piccola eccezione.

Negli ultimi giorni del 2016 ho pensato alla necessità di una certa regola di austerità per il prossimo futuro.

Che varrà sia per me personalmente che per tutti i membri della famiglia, piccolo di casa compreso.

Sarà che il quantitativo di oggetti che abbiamo dovuto caricare e scaricare dall’auto in occasione del periodo natalizio è stato sfinente e impressionante, sarà che ogni momento che passa ho la netta sensazione che mio figlio stia crescendo, nostro malgrado, dando tutto ciò che ha per scontato; sarà che inevitabilmente la vita svizzera tende ad abituare a standard obiettivamente elevati a cui neppure si fa più caso, proprio perché sono mediamente la norma. Norma che, però, chiaramente non vale nel resto del mondo, neppure nel resto del mondo fortunato, pochi chilometri fuori da qui.

Vorrei che non tutto si dovesse considerare dovuto e normale, comprese quelle esperienze educative che sono sicuramente un plus di questa realtà, ma che alla lunga temo possano avere l’effetto di far passare gli stimoli veri: ovvero il darsi da fare per ottenere ciò che si vuole raggiungere, con convinzione, impegno e una sana dose di sbattimento personale. 

Forse nella vita conta davvero di più ciò che è mancato a fare una persona, rispetto a ciò che le è stato sempre regalato. E spero di non continuare a sentire in giro le solite frasi da genitore-expat che ormai mi stanno diventando sinceramente stucchevoli:

“Noi siamo qui per il bene dei nostri figli, per garantire loro un futuro migliore. Dobbiamo lavorare duramente e stiamo facendo tanti sacrifici per questo motivo”.

Forse è il caso che qualcuno inizi a dire, a tutte queste persone di sacrosanta buona volontà, che il futuro di ciascuno è (forse) nelle sue sole mani, non certo in quelle, generose e amorevoli, di mamma e papà.

Ché il mondo là fuori è pieno di idioti, figli di genitori eccezionali. E viceversa. E ciò vorrà pur dire qualcosa.

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IL METODO DANESE PER CRESCERE BAMBINI FELICI

metodo danese

 

Un paio di premesse: sono stata per anni un’avida lettrice di “manuali d’aiuto per genitori e prole”, soprattutto durante il periodo della gravidanza e dei primi anni di vita di mio figlio. Ne ho trovati vari interessanti e utili, anche se, alla fine dei conti, sono arrivata serenamente a condividere una massima sentita anni dopo da una amica (non italiana) qui a Zurigo:

“Ci sono bambini per cui hanno scritto libri e per i quali, se applichi i principi, tutto funziona perfettamente. Ci sono poi altri bambini per cui i libri ancora non sono stati scritti”. (credits M.C.) AMEN.

Alla luce di ciò sono ormai mooolto scettica su qualsiasi ricetta magica e ho di conseguenza diradato parecchio questo genere di letture. Ho comprato “Il metodo danese” dietro richiesta del Marito che, dopo aver molto letto sulla stampa che in questi mesi ha dato ampio spazio alle recensioni, mi ha detto “lo voglio leggere“. Alla fine l’ho letto prima io 😉

E’ un testo assolutamente easy, con un po’ di tempo a disposizione si legge di filato in poche ore, lo stile è molto anglosassone, comprensibile e pragmatico, sicuramente non un capolavoro di stile letterario, ma non serve ovviamente a questo.

Vorrei esprimere alcune mie impressioni, senza entrare nel merito di tutti i contenuti del libro che, comunque, ritengo offra interessanti spunti di riflessione non solo dal punto di vista dell’educazione dei figli, ma anche su un certo tipo di cultura e di stile di vita  sui quali credo che anche in Italia servirebbero serie considerazioni.

Ciò detto, a grandi linee e semplificando al massimo, il contenuto della trattazione è un impietoso paragone tra la cultura statunitense e quella danese dal punto di vista di educazione, obiettivi personali e sociali, nonché modi di vita riferiti in particolare alle famiglie con figli. Ormai da decenni la Danimarca è considerata uno dei Paesi “più felici al mondo” (inutile dire a che punto della classifica si trovino gli USA, nonostante il loro diritto alla felicità costituzionalmente garantito) e le autrici hanno provato ad indagare nel dettaglio alcune ipotesi per spiegare questo risultato.

1. In Danimarca i bambini vivono da bambini: vengono lasciati giocare, il più a lungo possibile e all’aria aperta, non vengono forzati a svolgere un numero spropositato di attività extrascolastiche, tanto meno allo scopo di essere riconosciuti come “i migliori, o i più bravi degli altri”;

2. Non vengono forzati a imparare a leggere e a scrivere prima del tempo e sono educati sin da piccolissimi a gestire i conflitti interpersonali in modo autonomo, senza l’intervento degli adulti. Nello stesso tempo, anche in ambito scolastico, viene dato grande rilievo all’educazione all’empatia e ai programmi di prevenzione dei fenomeni di bullismo;

3. Non vengono lodati in continuazione (e spesso a sproposito) per qualsiasi sciocchezza facciano: in Danimarca l’umiltà (anche per i più bravi) è considerata una dote importantissima, viene loro insegnato che la cosa più importante della vita non è il talento innato, ma la capacità di sapersi impegnare per imparare;

4. Il “noi” viene sempre prima dell’ “io”: l’educazione al gioco di squadra e alla prevalenza dell’interesse collettivo rispetto a quello del singolo individuo è connaturata nella società, il livello di conflitto sociale rimane così molto basso, in considerazione del fatto che i bambini imparano a non giudicare in modo assoluto gli altri, avendo le competenze anche per relativizzare la gravità di presunti torti presunte ingiustizie subite;

5. I bambini vengono educati sin da piccoli ad imparare ad affrontare la realtà in modo non edulcorato e fittizio: nella tradizione danese sono importantissime le favole e in generale tutte le narrazioni non a lieto fine (versione originale della “Sirenetta” vs. cultura Hollywoodiana imperante, dove tutto deve per forza finire bene), così da far comprendere gradualmente, e in modo adeguato all’età, che non si può e non si deve essere “felici per forza”. Nello stesso tempo, la cultura danese possiede in modo quasi innato la capacità di vedere i lati positivi anche di situazioni non gradevoli.

C’è anche dell’altro, naturalmente, ma questi a me sono sembrati i contenuti più significativi. Se siete curiosi del resto, leggetelo…

“In Danimarca non si pone l’enfasi solo sull’istruzione e sugli sport, ma piuttosto sul bambino nella sua interezza. I genitori e gli insegnanti si concentrano su cose come la socializzazione, l’autonomia, la coesione, la democrazia, l’autostima. Vogliono che i loro figli imparino la resilienza e sviluppino una bussola interna forte che li guidi nella vita. Sanno che riceveranno una buona istruzione e acquisiranno varie competenze. Ma la vera felicità non deriva solo da una buona istruzione. Un bambino che impara a gestire lo stress, che si fa degli amici, e che è sempre realistico nei confronti del mondo acquisisce una serie di capacità per la vita che sono tutt’altra cosa rispetto all’essere un genio della matematica, per esempio. E tali capacità, per i danesi sono quelle che riguardano tutti gli aspetti della vita, non solo quello lavorativo.”

Questo post partecipa a: “Il venerdì del libro” di Homemademamma.

 

 

 

 

 

 

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RICORRENZE

Che dire? Siamo ormai a Natale e neppure un post sul Natale. Zurigo è bella come sempre, splendente nel suo manto di luci. I suoi mercatini, i suoi negozi sfavillanti, i suoi alberi canterini: sempre lì si trovano, come granitiche certezze a sostenere quelle di un luogo in cui pare che nulla mai cambi (eh, no, pare, ma non è proprio vero…)

Sarà che di questi tempi le ombre non mancano e, spesso, davvero fatico a riconoscere il senso di tutto questo rincorrere una ricorrenza (perché, ahimé, il Natale ormai si rincorre, tra milioni di impegni, come se il mondo finisse poi il 23 dicembre) e trovarsi all’inizio del nuovo anno in quello che da queste parti chiamano “Januar Loch“, il “buco di gennaio”, quando dopo festeggiamenti, eventi, acquisti e chi più ne ha, il mondo si trovasse alle prese con una sorta di horror vacui con cui fare i conti.

Ultimamente, in tutta onestà, credo che un po’ di vuoto potrebbe fare solo bene, dato che rischiamo davvero di essere tutti travolti da bombardamenti di qualsiasi tipo, spesso, purtroppo, neppure così metaforici. Magari farò un ultimo giro stasera, prima che si spengano tutte le luci, perché la bellezza può salvare il mondo, se solo sapessimo tacere, vederla e ascoltare il silenzio.

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TREND INCOMPRENSIBILI

(Immagine tratta da www.vanityman.it)

(Immagine tratta da www.vanityman.it)

 

Da un po’ sono tormentata da un dubbio amletico, al punto che, per alleggerire vagamente il peso di questo periodo pre-natalizio non proprio “easy”, mi sono pure messa a cercare informazioni in rete. La domanda epocale è la seguente:

Ma anche al di fuori della Svizzera sta andando alla grande il trend invernale di girare con le caviglie nude? Intendo: c’è sopra un paio di pantaloni, solitamente jeans visto che stiamo parlando di gente giovane, alla cui categoria ormai più non appartengo, e sotto una scarpa, abitualmente snakers, portata con una calzina minuscola, quasi invisibile a occhio disattento. Nel mezzo alcuni centimetri di pelle completamente scoperta.

Ora, il dilemma non è tanto estetico, anche su questo punto ci sarebbe forse qualcosa da dire, ma ormai sono pacificata con l’idea di vivere in terra straniera e barbara dal punto di vista fashion, quindi me ne faccio normalmente una ragione. La questione è esclusivamente altra.

Ormai da settimane le temperature medie mattutine si aggirano tra i -3 e gli 0 gradi: per me uscire di casa con collant, pantalone e stivale al ginocchio costituisce il minimo sindacale per la sopravvivenza. D’accordo, sono quasi una signora di mezza età, per lo più storicamente e costituzionalmente freddolosa, intimamente inadatta alla vita a queste latitudini, per cui a mi dice: “Ma tu vieni dalla Lombardia, non è che pure lì si stia molto al caldo!” rispondo sempre: “Infatti: il mio karma consiste evidentemente nel nascere, crescere, e pure emigrare il luoghi lontani anni luce dalle mie esigenze!”

Comunque sia, pare davvero una moda, come spesso accade insensata, scomoda e neppure particolarmente piacevole alla vista, ma tant’è, assolutamente contagiosa tra i più giovani. Qualcuno mi dica: funziona così anche a sud delle Alpi?

 

 

 

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QUASI AL CONTRARIO

(Immagine tratta dal sito www.bimbisaniebelli.it)

(Immagine tratta dal sito www.bimbisaniebelli.it)

 

La scorsa settimana sono stata ad un incontro per i genitori dei bambini che frequentano l’Hort, nome bizzarro che da queste parti indica le attività di pre e dopo scuola, nonché di fornitura dei pasti, che non vengono erogate direttamente dagli istituti scolastici, bensì da organizzazioni appositamente a ciò dedicate, pur se facenti sempre capo alla Città di Zurigo.

Le educatrici hanno invitato i genitori a evidenziare le proprie richieste in termini di chiarimenti sull’attività educativa proposta a 360°C, compresi dubbi, curiosità, timori, priorità sul tempo che i propri bambini trascorrono in quella sede. Tra i punti più frequentemente emersi nel corso della discussione, oltre al ruolo che rivestono una sana alimentazione e la gestione dei rapporti dei bambini tra di loro e con il personale educatore (conflitti, rispetto reciproco, ecc.), risultava evidente il focus sulla possibilità di trascorrere un arco di tempo sufficiente in attività all’aperto. Diversi genitori hanno espresso, infatti, la grande priorità che per loro riveste la possibilità che i propri figli avessero tempo sufficiente per stare fuori, così che potessero sempre mantenersi “fit”, sani e in forma.

La cosa non mi ha affatto stupito, visto che in Svizzera una parte fondamentale dell’educazione e della cultura si basa proprio sulla rilevanza delle attività all’aperto nel tempo libero, e ciò vale in primo luogo anche in tutte le scuole, ove i momenti di intervallo vengono trascorsi, indipendentemente dalla stagione e dalle condizioni meteorologiche, in cortile.

Devo dire che, in linea di massima, tra tutti gli argomenti oggetto di discussione, non ho trovato grandissime differenze culturali tra una situazione simile ipotizzabile in un contesto italiano e quello svizzero. In ogni situazione i genitori sono interessati/preoccupati dal fatto che i propri figli si trovino a proprio agio nell’ambiente, che sviluppino buone capacità di relazione tra di loro e con gli educatori e che mangino cibo sano in quantità adeguata. L’aspetto forse meno in linea con la nostra media nazionale sta proprio nelle attività all’aperto, soprattutto considerando la stagione e le condizioni meteo non sempre propriamente confortevoli di questo periodo. Mi sono raffigurata che in situazione analoga a sud delle Alpi ci sarebbe stato qualcuno preoccupato di assicurarsi che i bambini non prendessero freddo, non si bagnassero, e fossero assicurati bene al caldo con le temperature sotto zero di queste settimane.

A me, nonostante l’iniziale shock culturale, ormai la cosa sembra (quasi sempre) perfettamente normale, tanto che mi domando sempre più spesso se sia davvero possibile che in Italia, quando piove o fa freddo, i bambini non escano a fare pausa all’aperto e mi dico che, nel frattempo, qualcosa sarà sicuramente cambiato…

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AGENDE COMPLICATE

(Immagine tratta dal sito www. studiosalem.it)

(Immagine tratta dal sito www. studiosalem.it)

 

Per oggi pomeriggio avevo fatto un programma: rientrare a casa dopo la lezione di tedesco, pranzare con calma, magari finire l’arretrato di stiratura, e poi dedicare un po’ di tempo alla scrittura del mio ultimamente molto trascurato blog. Ormai, infatti, tra corsi e studio miei, lezioni di yoga da organizzare, preparare e tenere e figlio da gestire con annessi e connessi, il tempo si è davvero ridotto al minimo sindacale, con effetti consistenti anche sugli stimoli dei contenuti.

Ovviamente, nulla di tutto ciò è potuto avvenire. Non solo non ho finito di stirare i panni stesi, non ho neppure cominciato, ma dopo aver pranzato ho trascorso una quantità infinita di tempo a fungere da assistente personale per l’agenda di mio figlio seienne. In pochi giorni ci siamo, infatti, trovati a dover rivoluzionare le attività pomeridiane per una serie di circostanze esterne: la maestra che una volta alla settimana aveva iniziato ad insegnargli a leggere e scrivere in italiano non ha più disponibilità il mercoledì pomeriggio e abbiamo anche dovuto a malincuore rinunciare definitivamente al corso di nuoto del venerdì, a causa dell’ennesimo mal d’orecchie dopo piscina.

La conseguenza è che io, madre degli avanzati anni duemila, mi ritrovo a cercare affannosamente attività sportive alternative che possano naturalmente essere compatibili con l’agenda già esistente e, contemporaneamente, capire come continuare a garantirgli un apprendimento professionale della lingua madre senza eccessivo stress e sovraccarico di impegni.

Inevitabilmente torno a ripensare ai miei sei anni: andavo alla scuola elementare dalle ore 8.30 alle ore 12.30, rincasavo e pranzavo. Il pomeriggio era dedicato a un po’ di compiti (non ricordo nulla di eccessivo o opprimente) e al gioco, da sola, con mia cugina più piccola e, di tanto in tanto, con qualche amichetta.

Credo di essere cresciuta ugualmente, con un Q.I entro il range della normalità, e di essermi costruita, negli anni e con la crescita, parecchi interessi personali di cui vado oggi abbastanza orgogliosa e che costituiscono “il gusto” della mia routine quotidiana.

Come spesso accade, mi assale il dubbio che a questi figli stiamo in qualche modo “dando forse troppo”.

 

 

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YUPPIIII!

 

Mattina, ore sette. Buio pesto notte.

La fatica di alzarsi dal letto è, come sempre, bestiale. Il Marito è già uscito di casa da tempo, causa trasferta. Prego silenziosamente che la Iena riesca ad aprire gli occhi in armonia con la vita e che io non debba ingaggiare una lotta impari a quest’ora per farlo alzare dal letto, perché sarebbe davvero oltre le mie possibilità e ciò significherebbe mandare irrimediabilmente a schifo la giornata.

Voce improvvisa dall’altra stanza:

“Ma io oggi devo andare a scuola?!”

“Sì, certo, è mercoledì”

“Yuppiiiiiiiii!!!!”

Non potete capire il sollievo (e la voglia di fare un monumento alla scuola). Ovviamente non potrà essere così in eterno.

 

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ABITUATI BENE

(Immagine tratta da www.mammemagazine.it)

(Immagine tratta da www.mammemagazine.it)

 

Un paio di giorni fa la Creatura è tornata da scuola alle ore 12, trovando, come d’abitudine, il pranzo pronto.

“Cosa c’è da mangiare?”

“La frittata con le zucchine e i pomodori con olive, capperi e il pane”

“Solo???? Solo la frittata?!?”

“Come solo la frittata? Cosa vorresti mangiare d’altro? Come se poi tu ti abbuffassi con chissà che…”

“Ma non c’è neanche una zuppa!!!”

Ecco, in questi momenti sento scorrere un brivido lungo la schiena e mi dico che, involontariamente ma certamente, mio figlio è stato abituato troppo bene. Sarà soprattutto perché, in alcuni momenti, il cibo è stato il suo tallone d’Achille, che è sempre magro come un chiodo e che la sua occupazione principale non è quella di nutrirsi adeguatamente, però, diamine, se ripenso com’ero messa io alla sua età mi viene da piangere.

Al confronto la situazione sarebbe stata da telefono azzurro, con il menù di quasi ogni sera composto da pastina in brodo (e mica sempre brodo “vero” di carne!), verdure bollite e un po’ di formaggio. Sono anche passati più di trent’anni, se vogliamo, ma poi penso che forse qui in Svizzera non hanno mica tutti i torti a metterli a dormire spesso con una fetta di pane e formaggio o una tazza di latte. Di certo non diventano obesi, ma tutti ‘sti latticini ad oltranza mi lasciano un po’ perplessa 😉

 

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SPESA “VERDE”

Recentemente ho ricevuto per posta la solita busta che ogni bimestre mi recapita a casa i buoni sconto di uno dei supermercati dove abitualmente faccio la spesa e in cui, dopo un certo numero di punti accumulati, si ricevono diversi livelli di sconto.

Osservando bene il contenuto della lettera acclusa (stranamente, perché di solito vado abbastanza di fretta su queste cose) ho notato un particolare nuovo, che forse mi era sfuggito in passato, o che forse è stato aggiunto di recente.

Sulla base dei propri acquisti, e ovviamente grazie alle info veicolate tramite la tessera fedeltà, è possibile quantificare la percentuale di spesa “sostenibile” rispetto al valore complessivo nel periodo considerato.
Naturalmente è lo stesso supermercato a definire “l’acquisto sostenibile” sulla base di propri parametri, che comprendono ad esempio i prodotti biologici, quelli da mercato equo solidale, pesca responsabile, ecc.

La mia percentuale di spesa sostenibile nel bimestre preso in esame è stata di circa l’8,5% contro una media nazionale svizzera stimata del 19,5%.

migros

Confesso di esserci rimasta un po’ male, anche se non so quanto la statistica sia effettivamente attendibile, visto che faccio normalmente acquisti anche altrove e dunque può essere che le caratteristiche della mia spesa media non siano completamente rappresentate in modo corretto.

Mediamente sto abbastanza attenta alla qualità dei prodotti che acquisto, pur senza estremismi, ma c’è anche da considerare che, guarda caso, i prodotti “verdi” sono anche quelli che inevitabilmente hanno prezzi più elevati e che facilmente fanno davvero lievitare lo scontrino finale, già tipicamente non “leggero” da queste parti!

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