CONTO ALLA ROVESCIA

(Immagine tratta dal web)

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Siamo quasi agli sgoccioli, di questa stagione finora mancata, agli sgoccioli di un inverno inesistente che alla fine, paradossalmente, è durato troppo a lungo.

Agli sgoccioli di un anno scolastico del piccolo di casa che, dopo le vacanze, comincerà una nuova avventura che lo porterà lontano dalla sua faticosamente raggiunta comfort-zone.

Agli sgoccioli, come diretta conseguenza, di una fase della nostra vita zurighese, durata tre anni volati in un soffio, e all’inizio di una nuova che chissà come andrà e dove ci porterà.

Agli sgoccioli per l’attesa della partenza per le vacanze, che quest’anno saranno lungamente non svizzere, non perché così siano state volutamente pianificate, ma  perché così è capitato nei sempre complessi incastri familiari.

Sono un po’ stanchina, inutile negarlo, com’è costume in questa parte dell’anno. Più di tutto, però, mi manca il sole estivo, la sua luce e l’energia che ne deriva. Speriamo di recuperare strada facendo.

Sto cercando di rallentare un po’ i ritmi, creare un po’ più di spazio intorno a me, e anche nella testa, la cosa di solito più difficile da realizzare. Di stare il più possibile all’aria aperta, anche se il clima di questo periodo non ha affatto aiutato, per ossigenare il più possibile le celluline della materia grigia. E chissà mai che arrivi addirittura il miracolo, materializzandosi nell’acquisto di un paio di scarpe da jogging 😉

 

 

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OFF TOPIC

Non c’entra nulla col tema di questo blog, a meno di volerlo ricomprendere nella super-generale categoria “Esistenza”.

Ci pensavo recentemente, dopo aver visto una puntata de “La grande storia” di Rai Tre, dedicata a ricordare alcuni orrori del nazismo durante seconda guerra mondiale. Avevo finito di guardare la trasmissione alle undici di un venerdì sera, con un insopprimibile senso di nausea e lo spiacevole dubbio che la nottata non sarebbe stata così tanto serena, ma contemporaneamente con una imperativa sicurezza che proveniva da qualche parte dentro la mia testa:Questa roba dovrebbe essere obbligatoriamente vista da qualunque essere umano sulla faccia della terra” (sottotitolo: in una giornata in cui creda di poter ragionevolmente sopravvivere all’esperienza e ad esclusione dei minori di 18 anni, perché, in tutta onestà, sono cose abbastanza forti).

Non ne ho scritto subito, anche se la tentazione era davvero consistente, proprio per lo scrupolo di non voler ammorbare al prossimo un sudato fine settimana. Poi sono arrivate “le solite belle notizie“: di nuovo la Francia, Orlando, gli hooligans del calcio, i morti in mare. Diversi livelli di tragedia, idiozia, pochezza, miseria, cattiveria, follia, orrore. Ed ecco che il pensiero di quel venerdì 3 giugno 2016 è tornato prepotentemente alla ribalta: dovremmo aver paura oggi così come l’essere umano ha avuto occasione di averne in tutti i tempi della sua storia. Chi dice che “certe cose prima non capitavano” mente sapendo di mentire (oppure è profondamente ignorante, o si è perso qualche dettaglio strada facendo). Sicuramente la seconda guerra mondiale è stata quello che è stata, ma non è che prima e poi fossero sempre state rose e fiori (il terrorismo, gli anni di piombo, gli attentati dell’IRA…dove li mettiamo?) Senza parlare, poi, dei bambini sciolti nell’acido e di tante altre storie che conosciamo (o dovemmo conoscere) parecchio bene.

Ovviamente non è una giustificazione, niente può esserlo mai, ma ricordare alcuni fatti disgraziati della storia dell’umanità credo possa aiutare a rimettere le cose in una certa prospettiva che noi, ormai, assuefatti dal benessere e da un malinteso senso di onnipotenza, rischiamo di perdere di vista.

Fatevi coraggio e guardatelo.

 

 

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DUE GOCCE

gelato

Stamattina, quando ho preso il tram per la prima volta, funzionava l’aria condizionata, un paio d’ore dopo il riscaldamento.

Sono passata alla posta per spedire una busta e lì, per uno strano fenomeno di cross-selling in collaborazione con coop, mi hanno omaggiato di una busta-tester di gelato Cameo, giusto cioccolato, of course. L’ufficio postale, di norma, è un emblema della società svizzera: pulito, ordinato, efficiente: non fai praticamente coda anche quando è pieno di gente e il giallo sembra fatto per ravvivare anche le giornate invernali più buie e fredde. Oggi non funzionava, nonostante fosse giugno inoltrato, e regnava ovunque un’atmosfera umidiccia – paragonabile a quella dei miei capelli inguardabili – che stonava decisamente con l’offerta rinfrescante ricevuta. Tutti lì dentro (e a maggior ragione fuori, ad onor del vero) avevano la classica faccia da “Ma che giornata di m….”

Rientrando a casa ho preso in mano la busta del gelato pronto e le ho dato un’occhiata: per non cedere completamente allo sconforto meteorologico avevo accarezzato l’idea di prepararlo per la merenda della Creatura. Dopo aver dato un’occhiata agli ingredienti ho evitato, e temo che l’unico utilizzo possibile sia un volo nella spazzatura.

Mi restava una fame alla Montalbano, della serie “mi è smorcato un pititto lupigno”,  da sanare a suon di guacamole e chips di mais. Quando ci vuole ci vuole.

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ETERNE SICUREZZE

(Foto Carlotta G.)

(Foto Carlotta G.)

 

Ricordo perfettamente, come fosse ieri, un post che scrissi nei primi tempi di questo blog. Mio figlio era piccolo, frequentava il nido, parlava ancora pochissimo, ma in compenso non stava mai fermo. Eravamo, in teoria, nel pieno della fase dei “terrible two” che, a volendo ben guardare, a casa nostra non è mai davvero passata di moda. 

Il titolo era inequivocabile: “Il Patato e Mr. Hyde“: ogni ulteriore commento è sostanzialmente superfluo, ma se ne avete voglia andate pure a dargli una lettura veloce. Sono passati quasi quattro anni, Lui ora parla, naturalmente, ma tutto il resto della dinamica non è molto cambiato. Questo per dire che sconfesso totalmente e pubblicamente quelli che sostengono strane teorie del tipo: “Ma poi, crescendo, cambiano!” Col cavolo, il DNA non cambia con l’età, al massimo si aggiungono le magagne dell’invecchiamento.

La lunga premessa è per raccontare questo fatto. La scorsa settimana la sua scuola era chiusa un paio di giorni, per celebrare degnamente anche in terra straniera la festività del 2 giugno, la mia però non lo era ed abbiamo dovuto organizzarci, come altre volte del resto, affinché Lui venisse con me a lezione di tedesco. Un paio d’ore, ma per le quali inizialmente io avevo i sudori freddi prima, durante e dopo. Stranamente, però, quando lui varca quella soglia subisce istantaneamente una sorta di metamorfosi: si sistema tranquillo e beato nella stanza dei giochi (mediamente pensati per bambini parecchio più piccoli di lui) e si perde in quel mondo parallelo fino a che non vado a recuperarlo, dicendogli che ho finito e che dobbiamo andare via, cosa che puntualmente faccio fatica a realizzare, tanta è la sua concentrazione spazio-temporale.

Giovedì scorso, ad un certo punto, Lui apre la porta della mia aula, si dà un’occhiata intorno guardingo e si avvicina al mio posto. Poi, appoggiando sul tavolo davanti a me il suo fiore di carta, dice tutto coccoloso: “Mami, questo l’ho fatto per te!” Alla mia insegnante sono venuti gli occhi lucidi dalla commozione, le altre colleghe erano a bocca aperta dalla meraviglia. Nell’aria volavano cuoricini rosa come neppure a San Valentino e gli angioletti dell’amore cantavano dolcissime melodie.

Ovviamente la credibilità del mio mantra che sostiene che mio figlio è una peste inaudita, e che mi fa sudare ogni santo giorno più delle famigerate sette camice per qualsiasi cosa, si è sgretolata come un castello di sabbia. Sì, sì, pensate pure che “Quando crescono, poi, migliorano!” 😉

 

 

 

 

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COSE SPARSE

(Foto Carlotta G.)

(Foto Carlotta G.)

 

Cielo grigio su, foglie gialle giù...” No, le foglie gialle non ci sono (ancora ;-)), ma di cielo grigio parecchio, e io inizio ad avere bisogno di vacanze.

Stiamo andando abbastanza spesso avanti e indietro dall’Italia, ultimamente, con tutto ciò che la cosa comporta, anche in termini di vantaggio sulla spesa settimanale e svantaggio sulle code (o rischio code) al Gottardo.

Capita che l’effetto psicofisico delle trasferte sia un esacerbarsi della sensazione dell’apolide errante: non mi sento a casa qui, e neppure là. Al momento in proposito nessuna soluzione seria in vista.

Continua il pellegrinaggio familiare sul tema del “sempre più in alto“. Lo scorso fine settimana abbiamo visto il Pirellone e il Duomo e scattato diverse foto per immortalare gli eventi. Chiaramente non eravamo gli unici a fotografare la cattedrale, anzi, in eccessiva compagnia di parecchi tifosi spagnoli, mentre ragionevolmente gli unici a scattare di fronte alla sede della Regione Lombardia. Ho volutamente evitato di incrociare gli sguardi perplessi dei poliziotti alle nostre spalle, in altre faccende affaccendati, ma sto cominciando seriamente a temere l’effetto “Un italiano vero” di Toto Cutugno.

Sfortunatamente il Duomo l’abbiamo visto solo da fuori, causa coda interminabile sotto un sole cocente. Sarebbe servito l’ombrellino giapponese di cui non eravamo provvisti. Sarà per la prossima volta, ma io, questa cosa di dover fare la fila per entrare, non riesco molto a metabolizzarla: mai fatta in vita mia e quando studiavo lì vicino e magari avevo qualche ora buca da riempire e voglia di tranquillità e silenzio, entravo, stavo, facevo un giro e uscivo. Lo so, i tempi cambiano e le esigenze del mondo pure, però…

Ringraziamenti in chiusura al gruppo FB “Mamme Italiane a Zurigo, grazie a cui siamo riusciti a trovare una nuova pediatra per la Creatura. I bilanci si faranno con tempo, naturalmente, ma già trovare da queste parti persone accoglienti sembra un grande regalo.

 

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NEL VERDE

Park im Gruene (foto Carlotta G.)

Park im Gruene (foto Carlotta G.)

Metti una domenica di sole, con temperature estive, che richiama irresistibilmente ad uscire. Metti, però, una certa apatia di fondo (ai tempi di mia nonna si chiamava “pigrizia”), preparatoria all’incombente invecchiamento, che in verità lascerebbe volentieri la famiglia a languire sul divano, se non fosse per la consapevolezza che di lì a ventiquattr’ore si sarebbe di nuovo precipitati nel tunnel dell’inverno. Metti un paio di giri in rete per rinfrescare il proprio cervello addormentato con un paio di idee, per poi scegliere quella “più comoda” rispetto alla giornata del “non ho voglia di far niente!

Una decina di chilometri fuori Zurigo, comodamente raggiungibile in auto o coi mezzi pubblici: un’immensa oasi verde, confinante col verde dei boschi e con una meravigliosa vista su buona parte lago e delle Alpi sullo sfondo. E’ il Park im Gruene, di proprietà della cooperativa Migros che gestisce anche il ristorante al suo interno e le diverse attrazioni per i più piccoli presenti nel fine settimana o nelle giornate di festa o di vacanze scolastiche, nonché, l’immancabile Spielplatz.

E allora basta stendere una coperta su prato, chiudere gli occhi e affidarsi al relax, oppure prendersi un caffè o un gelato da mangiare all’ombra di un albero secolare, o accompagnare tuo figlio a fare un giro a dorso di asinello. Portarsi tutto il necessario per un pic-nic, compresa la carne da grigliare direttamente sul posto, o, per i più disorganizzati come noi, mangiare qualcosa al self – service e poi provare a giocare a badminton con le racchette comprate in loco, visto che anche in Svizzera il cross-selling è una realtà, ma alle volte anche una realtà comoda, per le famiglie un po’ impigrite, ma alla ricerca di attività rilassanti per il tempo libero.

E questa è, davvero, una delle parti migliori della vita svizzera 😉

 

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DURI A MORIRE

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Ogni tanto mi viene da sorridere, ogni tanto no. Inizialmente ho riso di gusto, alcuni giorni fa, leggendo un articolo su un giornale distribuito gratuitamente qui a Zurigo, in cui, per un paio di pagine di lunghezza e dovizia di particolari, si raccontava chegli uomini (intesi nel senso di maschi) hanno scoperto lo yoga“. Dopo anni e anni in cui la disciplina era da loro sostanzialmente snobbata, perché considerata “cosa per femminucce”, da qualche tempo sta riscuotendo un successo senza precedenti.

Tutto ciò grazie al fatto che gli esponenti del sesso forte (ehm…) hanno capito che non si tratta affatto di una cosuccia all’acqua di rose, in cui ti siedi nella posizione del loto per un po’, meditando sulla punta del tuo naso, ma, al contrario, è una pratica che comporta impegno, dedizione, fatica, nonché una buona dose di muscoli, qualora tu sia interessato a mettere in pratica posture impegnative come quelle che, abitualmente, vengono “sponsorizzate” sulle riviste ad hoc, o sulle pubblicità delle scuole più trendy: in sostanza quelle che domenica ho visto fare dagli acrobati del Circo Nazionale Svizzero (che, tra parentesi, sono davvero bravi e meritano sul serio l’investimento di un pomeriggio con prole al seguito).

Una delle principali ragioni del recente successo dello yoga in campo maschile deriverebbe anche dal fatto che gli uomini sono sempre più soggetti ad ansia da prestazione lavorativa, che determina nel tempo una forte pressione psicofisica, sotto il peso della quale rischiano prima o poi il “burn out”, essendo tra l’altro mediamente meno abituati delle donne ad incontrare la parte emozionale di sé stessi e a prendersene cura con pratiche di auto-consapevolezza e rilassamento.

Stavo sorridendo molto, fino a che mi sono trovata a leggere, in coda, alcune delle ragioni per cui è consigliato praticare yoga:

Riduce lo stress

– Rinforza i muscoli

– Fa dimagrire

– Purifica il corpo

– Rinforza il sistema immunitario

– Migliora la vita sessuale.

Ora, vediamo un po’ se tutto ciò ha in qualche modo a che fare con una qualche altra “ansia da prestazione” o meno 😉

Difficile, difficilissimo davvero, staccarsi dai soliti clichés e dai nostri soliti schemi mentali del: “Faccio questo perché così divento più bello, più forte, più magro, più, più, più….” E se penso che lo yoga dovrebbe (potrebbe) seriamente aiutarci ad uscire dalle nostre abitudini, dai nostri sentieri quotidiani, dagli automatismi di cui neppure ci rendiamo più conto, allora mi viene sul serio un po’ meno da ridere. Poi, è chiaro, ognuno fa quel crede, e coglie dalla vita le opportunità nel modo che ritiene migliore per sé.

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AD OGNUNO IL SUO

Immagine tratta dal sito www.manfredonianews.it

Immagine tratta dal sito www.manfredonianews.it

 

Da pochissimo tempo sto provando a fare qualche esperimento yogico con mio figlio, nonostante avessi sempre pensato di non essere assolutamente in grado di fare pratica o insegnare con i bambini. E’ capitato così, all’improvviso, senza che neppure fossi molto sicura di ciò che stavo facendo, dietro una sua esplicita e repentina richiesta: “Mamma, mi insegni ‘la yoga?!'”

Ho semplicemente improvvisato, facendo uno strano mix di elementi che conosco da tempo, ma che non avevo mai provato a maneggiare in modo diverso. Ci vorrà un po’, credo, per trarne una qualche seria conclusione, capire se in realtà questo tipo di lavoro ha una sua consistenza, oppure se è solo un modo diverso di giocare (che sarebbe comunque qualcosa: una nuova scoperta, la perlustrazione di un territorio sconosciuto). Quel che al momento è certo è che lui pare divertirsi moltissimo, anche in quel suo non riuscire a stare mai fermo, neppure per dieci secondi, altro che “posizioni comode e stabili da mantenere a lungo” 😉 Si vuol mettere sempre a testa in giù, chissà per quale stramba ragione, e mi ha stranamente stupito la goffaggine di certi movimenti, per me forse “scontati” e che in un bambino ancora relativamente piccolo avrei forse creduto più istintivi.

In effetti il suo “vero yoga” in questa fase della vita è, in realtà, il disegno. Passa ore e ore a dipingere, colorare, ritagliare, incollare, creare forme, oggetti, mondi. Immobile (!), concentratissimo, senza che niente e nessuno possa distrarlo dal suo lavoro, se non a caro prezzo.

Vedremo poi se con la forma più “ufficiale” non si stancherà, se vorrà provare ancora, se riuscirò – e come – a mantenere vivo il suo piccolo interesse. Ogni tanto, però, mi sorprendo, come quando dopo avergli detto: “Senti l’aria che entra nel naso? Poi dove va?” Lui ha risposto: “Va su, e poi di qua e di là. Poi giù, giù, fino ai piedi, e poi torna su ed esce”. Ritengo sia una suggestione, nata non so come e da cosa, altrimenti potrei proprio non aver già niente altro da insegnare 😉

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GRAND TOUR

Le due Torri di Bologna (Foto Carlotta G.)

Le due Torri di Bologna (Foto Carlotta G.)

E’ stato una specie di “Grand Tour” il nostro weekend lungo dell’Ascensione, in occasione della quale in Svizzera è festa. Volevamo sfruttare il ponte di quattro giorni interi per andare a salutare degli amici (con nuova piccola arrivata da festeggiare) a Perugia, facendo una tappa dalla nonna a Bologna dove la Creatura sarebbe stata mollata, così da poter rimanere qualche ora in più a farsi viziare indecentemente 😉

Alla fine, più che un itinerario simil-turistico, è stato un vero tour del force. Tappe: Zurigo – Bologna; Bologna – Perugia; Perugia – Bologna; Bologna – Milano; Milano Zurigo. Tutto in poco più di tre giorni, avendo dovuto anche ritardare la partenza ed anticipare il rientro all’alba di domenica, per evitare la decina di chilometri di coda prima del “buco maledetto” (così ormai ho affettuosamente soprannominato il tunnel del S. Gottardo, il vero tappo tra il nord e il sud dell’Europa).

A Bologna, in verità, io e il Marito abbiamo trascorso praticamente una mezza giornata, in stato di sostanziale incoscienza dopo esserci svegliati prima delle cinque e aver passato sette ore in auto. Ciò nonostante le Torri erano un obbligo imprescindibile, ragion per cui, parzialmente rifocillati da un favoloso gelato artigianale italiano e caricati da una splendida giornata di sole, abbiamo adempiuto ai nostri doveri genitoriali e, davvero gettando il cuore oltre l’ostacolo, siamo saliti sulla Torre degli Asinelli (l’unica visitabile internamente) mettendo un piede dopo l’altro lungo tutti i suoi 498 gradini che, posso assicurare, sono davvero tanti, ma tanti!

Il piccolo di casa, estasiato, si arrampicava con l’agilità di un felino su per gli scalini di legno pluri-centenari, per i quali non avrei scommesso granché dal punto di vista della sicurezza. E, mentre io rischiavo un paio di volte l’infarto (tra fatica, vertigini, e timore che Lui mi precipitasse nel vuoto), l’arrampicatore nato è arrivano in cima senza neppure una goccia di sudore che gli scendesse dalla fronte. Come al solito: beata gioventù 😉

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ALTE ASPETTATIVE

(Burj Khalifa - Immagine tratta dal sito www. vizts.com)

(Burj Khalifa – Immagine tratta dal sito www. vizts.com)

 

E’ scoppiata la moda delle torri da queste parti, dei grattacieli più alti del mondo, insieme a relativa classifica. Non ho ben chiaro come sia cominciata la filastrocca infinita:

“Ma la Tour Eiffel quanto è alta?” “E’ la più alta del mondo?” “E’ la più alta di Parigi?!” “E la torre di Pisa?”

Un giorno è entrata in scena la notizia del secolo: qualcuno aveva fatto presente che il grattacielo più alto del mondo si trova attualmente a Dubai e si chiama Burj Khalifa. Dall’alto dei suoi 800 metri e 155 piani ha ovviamente sbaragliato qualsiasi altro concorrente, figurarsi i soli 35 piani di Prime Tower di Zurigo e i poveri 100 metri scarsi della Torre degli Asinelli, su cui avevo per un attimo tentato di dirottare l’attenzione. Da lì alla classifica mondiale del “sempre più in alto” il passo è stato breve, fino ad arrivare ad un vero e proprio tormentone che ancora non accenna ad esaurirsi e neppure lontanamente a diminuire, con tanto di frenetiche ricerche in Internet e visione di foto e documentari a raffica.

(Immagine tratta dal sito www.bimboinviaggio.com)

(Immagine tratta dal sito www.bimboinviaggio.com)

 

Così come non accenna a diminuire il tripudio di disegni, schizzi, costruzioni di Lego e di qualsiasi altro materiale “impilabile” sul tema torri, grattacieli e “più in alto di così non si può”. Tutto bene, diciamo, gli stimoli ad imparare sono infiniti, così come la voglia di conoscere e vedere posti nuovi. Ad un certo punto, però, deve essere capitato qualcosa d’altro, tipo che qualcuno abbia detto a Lui che la Burj Khalifa l’ha vista davvero, dal vivo, e dunque: “Quand’è che andiamo a Dubai?!?!” “Io voglio andare subito a vedere la Burj Khalifa!” 

Ecco, non è proprio cosa che si possa organizzare così su due piedi, in un fine settimana volante: “Sai, è anche un po’ lontano e servono tanti soldi…” “E allora quando mi portate a Parigi a vedere la Tour Eiffel???”

La bassa tolleranza alle frustrazioni (bassissima, nel nostro caso) sarà anche tipica dell’infanzia, ma stamattina abbiamo proprio raggiunto l’apice della disperazione:

“Ma allora, io non ho visto mai niente!!! Non ho visto la Burj Khalifa, non ho visto la Tour Eiffel, e neanche la Torre di Pisa! Niente ho visto, proprio niente di niente!!!”

Unica possibilità è provare a compensare con le torri di Bologna, alla prima occasione utile, sperando che siano sufficienti per un attimo a tamponare il problema.

 

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